Benchè Alessandro Volta (1745 - 1827) sia annoverato principalmete per le sue scoperte scientifiche legate all'elettricità (la costruzione dell’elettroforo e dell'elettrometro e, soprattutto, l'invenzione della pila), pochi sanno che anche la scoperta del metano è a lui riconducibile.

Pare infatti che, intorno agli anni Settanta del Diciottesimo secolo, il celebre fisico comasco fosse rimasto incuriosito da una serie di strani racconti relativi al fiume Lambro, in Lombardia. Le voci parlavano di un insolito fenomeno per cui, passando una candela sulla superficie paludosa del corso d'acqua, delle fiammelle di colore azzurro si accendevano in maniera apparentemente inspiegabile.


Il caso, che fino ad allora era stato genericamente etichettato come esalazione di aria infiammabile, di origine minerale”, non era isolato e per questo Volta decise di approfondire l'argomento e toccare con mano quei misteriosi fuochi.

Così, durante le vacanze estive del 1776 sul Lago Maggiore, mentre in barca costeggiava i canneti presso Angera, smuovendo il fondo melmoso con un bastone, lo scienziato notò delle bollicine che salivano a galla.
Raccolti dei campioni e analizzati in laboratorio, Volta si accorse ben presto che, allo stesso modo dell'idrogeno, anche il gas emanato dalle paludi era infiammabile e poteva essere incendiato sia per mezzo di una candela accesa sia mediante una scarica elettrica.

Aveva scoperto quello che, solo molti anni dopo, sarebbe stato classificato come il più semplice degli idrocarburi della famiglia degli alcani, il metano, formula CH4, prodotto della decomposizione di organismi viventi.

Una scoperta che risale al 31 gennaio 1776, a cui seguirà, l'anno successivo, la pubblicazione intitolata "Lettere sull'aria infiammabile nativa delle paludi".